Gilles de Rais, la storia del serial killer

Gilles de Rais è stato un nobile francese accusato di aver pratiche alchemiche e occulte, comprese torture, stupri e omicidi di almeno 140 bambini e adolescenti

Gilles de Rais

Gilles de Rais. Gilles de Montmorency-Laval, noto come Gilles de Rais, è stato un nobile francese del XV secolo, famoso sia per il suo ruolo militare durante la guerra dei cent’anni, sia per le gravi accuse a lui rivolte riguardanti pratiche alchemiche e occulte, comprese torture, stupri e omicidi di almeno 140 bambini e adolescenti.

Servì nell’esercito francese dal 1427 al 1435, distinguendosi come comandante durante la guerra contro gli inglesi. Fu anche nominato maresciallo di Francia nel 1429. Tuttavia, a partire dal 1432, fu implicato in una serie di omicidi di bambini e accusato di praticare l’occulto.

Nel 1440, una controversia con un religioso portò a un’indagine ecclesiastica che lo accusò dei suddetti reati. Durante il processo, testimonianze dei genitori dei bambini scomparsi e dei servi di Gilles lo condannarono. Di conseguenza, fu giustiziato per impiccagione a Nantes il 26 ottobre 1440.

La sua storia ha ispirato diverse opere letterarie e culturali, tra cui la fiaba di Charles Perrault del 1697, “Barbablù“, che narra la storia di un uomo crudele che uccide le sue mogli e nasconde i loro corpi nel suo castello.

Biografia di Gilles de Rais

Di nobile casato, i Montmorency-Laval erano una delle famiglie più influenti di Francia e avevano legami con il connestabile Bertrand du Guesclin. All’età di 11 anni, rimase orfano di entrambi i genitori: la madre morì a causa di una malattia e il padre fu ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia. Fu allevato dal nonno materno, Jean de Craòn.

A soli 13 anni, Jean de Craòn lo promise in sposo a Jeanne Peynel, una ricca ereditiera, e successivamente a Beatrice de Rohan, nipote del duca Giovanni IV di Bretagna. Tuttavia, entrambi i matrimoni furono impediti dalla morte prematura delle giovani donne. Infine, il 30 novembre 1420, sposò Catherine de Thouars, un’altra ereditiera.

La carriera militare

Nel 1427, sotto gli ordini di Arturo III di Bretagna, entrò al servizio di Carlo VII di Francia, guidando il proprio contingente in vari episodi della guerra dei cent’anni e finanziando il futuro re nelle sue campagne militari. Grazie alla sua parentela con Georges de La Trémoille, gran ciambellano di Francia, ottenne il favore del sovrano e combatté contro gli inglesi al fianco di Giovanna d’Arco in diverse battaglie, tra cui Orléans, Jargeau, Meung-sur-Loire e Beaugency.

Successivamente, divenne pari di Francia, consigliere e gran ciambellano di re Carlo VII, partecipando alla sua consacrazione a Reims il 17 luglio 1429, dopo essere stato nominato maresciallo di Francia il 21 aprile precedente. Continuò ad essere attivo in guerra, conducendo le sue truppe prima lungo la Loira e poi in Normandia, con un piccolo esercito personale da lui stesso finanziato.

La decadenza

Nel 1432, alla morte del nonno, Gilles de Rais ereditò una vasta fortuna, principalmente costituita da terre in Bretagna, Maine e Angiò, oltre alle ricchezze dei de Rais e della moglie, diventando così uno degli uomini più ricchi del suo tempo. Utilizzò gran parte di questa ricchezza per finanziare le campagne di Carlo VII, senza mai ricevere indietro i soldi.

Dopo essersi ritirato dal servizio militare nel 1432, partecipando all’ultimo assedio a Lagny-sur-Marne contro le truppe di Giovanni Plantageneto, duca di Bedford, Gilles de Rais iniziò uno stile di vita lussuoso e costoso. Si circondò di manoscritti preziosi, finanziò spettacoli teatrali e condusse una vita dissoluta, spendendo somme considerevoli. Durante una visita a Orléans, il suo seguito di 200 persone occupò tutte le locande della città, arrivando a spendere 80.000 corone d’oro in pochi mesi. Si dedicò anche alla religione, costruendo una sontuosa cappella privata e sostenendo opere caritatevoli.

La sua dissipazione del patrimonio familiare lo portò a dover fare ricorso a prestiti e a vendere i suoi possedimenti a prezzi irrisori. Tra il 1434 e il 1436, sua moglie lo abbandonò e suo fratello prese possesso del castello di famiglia a Champtocé. Carlo VII emise un atto di interdizione nei suoi confronti, dichiarando nulle ulteriori vendite, ma questa interdizione non fu resa nota nei domini di Giovanni V di Bretagna. Gilles de Rais fu nominato luogotenente generale di Bretagna, dimostrando il dissenso della nobiltà locale contro il re.

Probabilmente in quel periodo, Gilles de Rais si interessò alla creazione della pietra filosofale e assunse l’alchimista Francesco Prelati per aiutarlo in questo progetto. Prelati, affermando di servire un demone personale chiamato “Barron“, dichiarò davanti all’inquisizione che, non riuscendo a soddisfare le richieste di denaro del suo mecenate, chiese il sacrificio di bambini a nome del demone.

Il processo e la condanna

Gilles de Rais fu coinvolto in un grave episodio il 15 maggio 1440, quando assaltò il castello di Saint-Étienne de Mermorte, che aveva precedentemente venduto. Questo gesto non solo violò un contratto, ma anche le leggi della Chiesa, entrando armato in un luogo sacro e prendendo in ostaggio un canonico. Il vescovo di Nantes avviò quindi un’indagine su questo evento.

Successivamente, nel settembre dello stesso anno, de Rais fu arrestato insieme a servitori e amici, e il 28 settembre iniziò il processo inquisitoriale di fronte al vescovo e al viceinquisitore di Nantes. Durante il processo, diversi testimoni deposero contro di lui, accusandolo di rapire e uccidere numerosi bambini.

Il 13 ottobre, il processo riprese con l’elenco di 49 capi d’imputazione, nei quali de Rais fu accusato di rapire e uccidere bambini, praticare stregoneria e offrire sacrifici ai demoni. Durante il processo, de Rais fu minacciato di scomunica e gli furono date 48 ore per preparare una difesa.

Il 15 ottobre, de Rais comparve davanti al tribunale, mentre il 16 e il 17 furono raccolte le testimonianze dei presunti complici. Inizialmente, de Rais attaccò i giudici con violenza, ma successivamente, sotto tortura, confessò una serie di crimini efferati.

Il 25 ottobre fu emessa la sentenza: de Rais fu dichiarato colpevole di apostasia e invocazione demoniaca, nonché di sodomia, sacrilegio e violazione dell’immunità della Chiesa. Fu condannato a morte per impiccagione e al rogo post mortem.

Il 26 ottobre, de Rais fu impiccato insieme a due suoi complici. Tuttavia, poiché proveniva da una famiglia influente, ottenne di non essere bruciato dopo la morte, ma di essere sepolto nella cappella dei Carmelitani di Nantes.

La vicenda giudiziaria non si concluse con l’esecuzione. Gilles de Rais presentò un appello al re e al Parlamento di Parigi, ma i giudici non lo considerarono. Successivamente, su istanza dei familiari, fu avviata un’inchiesta sulle circostanze della condanna.

Discendenza

Dalla sua unione con Catherine de Thouars nacque una figlia di nome Marie (1433 o 1434-1457), che sposò l’ammiraglio Prigent de Coëtivy e successivamente, dopo la morte di Gilles, si risposò con il cugino maresciallo André de Lohéac. Dopo la morte di Gilles, la sua vedova si sposò nuovamente con Jean de Vendôme. La famiglia si estinse nel 1502.

Giudizio storico

Per lungo tempo, Gilles de Rais è stato associato nell’immaginario popolare all’archetipo di Barbablù, e le gravi accuse mosse contro di lui non sono mai state messe in discussione. Anche se Voltaire, nel suo “Essai sur les mœurs et l’esprit des nations“, aveva ipotizzato l’innocenza del maresciallo attribuendo le accuse alla superstizione e all’ignoranza, solo nel XIX e XX secolo la storiografia ufficiale ha iniziato a interrogarsi sulla correttezza del processo e sulla veridicità delle accuse, dopo la pubblicazione parziale degli atti processuali da parte dell’abate Eugène Bossard.

Esistono 4 documenti principali riguardanti il processo:

  • Il processo canonico, conservato negli Archivi di Nantes in latino.
  • Il processo penale, anch’esso conservato a Nantes ma in francese.
  • La sentenza di condanna emessa dal tribunale ecclesiastico.
  • Il resoconto dell’esecuzione, aggiunto a copie più recenti del processo.

Bossard si basò su copie antiche degli atti processuali, assumendole come originali, e fornì una narrazione fortemente colorita degli eventi; tuttavia, la sua opera presenta delle lacune, sia per l’autocensura su argomenti delicati, come le testimonianze degli imputati, considerate sconvenienti dalla società dell’epoca, sia per la mancanza, nei documenti utilizzati, del resoconto dell’esecuzione, presente invece in altre copie degli atti.

Il castello di Machecoul

Secondo lo storico Salomon Reinach, il duca di Bretagna e il suo cancelliere Jean de Malestroit, vescovo di Nantes, avevano acquisito le proprietà di Gilles de Rais a condizioni favorevoli e quindi avevano interesse a impedirgli di riscattarle. In particolare, il vescovo Malestroit nutriva anche rancore personale nei confronti di Gilles de Rais. Nel 1426, Malestroit era stato accusato del fallimento dell’assedio a Saint-Jean de Beuvron, dove Gilles de Rais, al servizio di Arturo III di Bretagna, si era ritirato di fronte agli inglesi. Arturo III fece arrestare Malestroit, il quale, una volta tornato libero, giurò vendetta contro entrambi.

Di conseguenza, Reinach solleva dei dubbi sulla colpevolezza di de Rais. Il processo contro di lui fu condotto da Malestroit stesso, con il supporto del duca, il che solleva sospetti sulla sua imparzialità. Le testimonianze contro de Rais erano numerose, ma oggi molte di esse non sono considerate attendibili. Il processo fu caratterizzato dai metodi dell’Inquisizione, senza possibilità di difesa e con l’uso della tortura o la minaccia di essa. Gilles de Rais, minacciato e torturato, confessò crimini efferati, ma le sue confessioni sembravano ripetere le testimonianze degli accusatori e anche l’atto d’accusa redatto prima dell’interrogatorio dei testimoni, suggerendo una possibile manipolazione delle sue dichiarazioni.

Le perplessità di Reinach sono state riprese e romanzate da Franco Cardini e Marina Montesano nel libro “L’uomo dalla barba blu. Gilles de Rais e Giovanna d’Arco nel labirinto delle menzogne e delle verità“.

Nel 1921, gli scrittori Fernand Fleuret e Louis Perceau, utilizzando lo pseudonimo Ludovico Hernandez, pubblicarono “Le procès inquisitorial de Gilles de Rais, Maréchal de France, avec un essai de réhabilitation“, offrendo la traduzione completa dei processi e della cronaca dell’esecuzione. Sebbene si basassero su un manoscritto francese del XVII secolo anziché sugli originali in latino, hanno contribuito a redigere la prima panoramica completa dei manoscritti disponibili, avviando così un approccio storicamente più critico.

Georges Bataille, il primo a cercare la fonte documentale più affidabile, propose una diversa interpretazione degli eventi, anche dal punto di vista politico. Sosteneva che Gilles de Rais, pur colpevole, non sarebbe stato processato se non avesse tentato di riprendere con la forza il castello di Saint-Étienne de Mermorte. Questo atto gli avrebbe attirato l’ostilità del duca di Bretagna e del vescovo di Nantes, portandolo alla sua caduta. Bataille vedeva in questo episodio un esempio dell’oppressione delle classi inferiori da parte delle élite.

Senza un’edizione critica degli atti del processo, indispensabile per una comprensione completa degli eventi, la maggior parte degli storici moderni concorda con il giudizio tradizionale. Le incongruenze e le imprecisioni nei resoconti processuali erano comuni all’epoca e non sono sufficienti, da sole, per sospettare un complotto contro il maresciallo. Tuttavia, alcuni studiosi, come lo scrittore francese Gilbert Prouteau, hanno espresso opinioni di non colpevolezza, sostenendo che Gilles de Rais potrebbe essere stato una vittima dell’Inquisizione e degli interessi finanziari legati alle sue immense proprietà.