La casa delle lacrime

La Casa delle Lacrime a Tuam, nella pittoresca Contea di Galway, è avvolta da un alone di mistero che risuona attraverso i secoli

La casa delle lacrime
La casa delle lacrime. La Casa delle Lacrime a Tuam, incastonata nella pittoresca Contea di Galway, è avvolta da un alone di mistero che risuona attraverso i secoli. Questo antico edificio, dai muri di pietra consumati dal tempo, ha guadagnato la sua inquietante fama a causa di una storia che si tramanda di generazione in generazione.

La leggenda narra di una donna sconosciuta, giunta a Tuam in circostanze misteriose, che si stabilì nella casa. Si dice che questa donna fosse avvolta da un’aura di tristezza e che, di notte, si udissero singhiozzi e lamenti provenire dalle sue stanze. La comunità locale, nel tentativo di scoprire l’origine di tanta sofferenza, la soprannominò la “Donna delle Lacrime”.

Le voci su fenomeni inspiegabili e presenze spettrali all’interno della casa si diffusero rapidamente, attirando l’attenzione di studiosi del paranormale e curiosi di ogni genere. Le testimonianze raccolte nel corso degli anni hanno alimentato ulteriormente il mito, dando vita a una storia che sembra fondersi con la stessa essenza dell’edificio.

Nonostante non esistano prove documentate o resoconti ufficiali di queste vicende, la Casa delle Lacrime continua a esercitare un fascino magnetico su coloro che sono affascinati dal paranormale. Le sue mura antiche sembrano serbare ancora l’eco di antichi segreti, mentre la storia della “Donna delle Lacrime” persiste nel tessuto stesso della cittadina di Tuam. La casa, avvolta nel mistero e nel fascino dell’ignoto, rappresenta un luogo di grande interesse per gli appassionati di enigmi e fenomeni inspiegabili.

La storia della casa delle lacrime

Nei luoghi infestati, spesso si intrecciano tragedie, morti violente e una grande dose di sofferenza. A Tuam, una tranquilla cittadina irlandese nella Contea di Galway con poco più di 8.000 abitanti, sorge un edificio abbandonato che ha segnato profondamente il destino del luogo, e che molte persone non riescono a dimenticare, portando con sé ricordi tanto tristi quanto raccapriccianti.

Conosciuta come “La Casa delle Lacrime”, questo nome potrebbe non evocare molto qui da noi, ma in Inghilterra e in Irlanda ancora oggi si parla molto di questo luogo. Ogni anno, in TV, viene trasmesso un documentario che aggiunge nuovi e inquietanti dettagli a una storia già carica di passato.

Si stima che ben 796 bambini abbiano perso la vita tra il 1925 e il 1961 in quello che inizialmente era stato concepito come un istituto di accoglienza per madri single e i loro piccoli.

L’edificio, eretto nel lontano 1841, era chiamato “The Home”. Inizialmente, la sua funzione era quella di fornire un tetto alla popolazione locale più povera e poteva ospitare circa 800 persone.

Oltre alle camere, la struttura comprendeva un’area sanitaria e una “corsia d’emergenza” pensata per offrire rifugio a chi fosse stato colpito da calamità naturali.

Nel 1846, furono aggiunti capannoni supplementari per ospitare detenuti in eccesso e malati affetti da malattie contagiose.

Durante la rivolta contro il dominio britannico del 1916, le truppe inglesi si impossessarono di tutte le strutture, sfrattando gli abitanti e trasformando l’edificio in una caserma. Gli occupanti furono gettati in strada, senza riparo in caso di maltempo. Nel 1923, dopo essere stato testimone delle ultime esecuzioni dei membri dell’IRA coinvolti nella guerra civile, l’edificio fu abbandonato dai militari e consegnato alle suore.

Tra il 1925 e il 1961, la struttura fu convertita in una casa per ragazze madri gestita dalle suore Bon Secours e rinominata “St. Mary’s Mother and Baby Home”. Fu in quel periodo che cominciarono i veri e propri orrori in quel istituto. Le donne incinte e non sposate in Irlanda venivano spesso mandate in questi istituti per allevare i propri figli, molti dei quali poi venivano adottati da famiglie benestanti americane. Secondo quanto riportato da alcune donne che vi sono state ospitate, i bambini in quella casa morivano a una frequenza allarmante. Molti di loro non sopravvivevano al primo anno di vita a causa di una diffusa epidemia di pertosse.

A quel punto, la “casa” aveva creato una sorta di cimitero vicino alla struttura, oggi murato per impedire l’accesso ai curiosi.

Del tutto questo all’interno dell’edificio ne parlò ufficialmente una donna di nome Julia Davaney, che nel 1980 fu intervistata e registrò su nastro tutte le crudeltà che le giovani ospiti e i loro figli dovevano subire. Il mistero sul perché questa registrazione sia rimasta segreta fino al 2014 deve ancora essere risolto. Julia Davaney, scomparsa nel 1995, descrisse le suore in questo modo: “Loro non condannavano le ragazze perché peccatrici. Ma non avevano molti contatti con i loro figli e non volevano neanche sapere i loro nomi.”

La Devaney sottolineò quanto fossero fragili i piccoli e quanto avessero bisogno di cure, cure che non ricevevano perché le suore li consideravano figli del peccato. Molti di loro, i più deboli e gracili, venivano persino tenuti in stanze separate dagli altri bambini, accuditi solo dalle loro madri e solo per il primo anno di vita; successivamente, il loro destino poteva prendere due strade: essere adottati da famiglie benestanti o morire in circostanze misteriose. Per i più forti e sani c’era qualche speranza di sopravvivere fino ai 7 o 8 anni.

Julia Devaney entrò nel St Mary’s Mother and Baby Home di Tuam all’età di soli 9 anni e vi rimase per altri 36 come domestica per le suore che gestivano la struttura.

“Quel posto era freddo, triste e privo di amore. Non era una casa, ma un vecchio e solitario buco. I bambini parlavano un linguaggio strano, nessuno insegnava loro a usare le parole e a nessuno importava della loro crescita. Urlavano e correvano senza una meta. Avevano comportamenti molto innaturali. In genere i maschi venivano allontanati a 5 anni e le femmine a 7. Erano tutti sottopeso, non sapevano giocare perché non avevano giocattoli o libri per stimolare la fantasia. Scommetto che molti di loro sono rinchiusi in centri psichiatrici.”

Tutto ciò è rimasto segreto fino al 2014. Le voci che circolavano sembravano più leggende metropolitane che realtà, e molte persone tendevano a sottovalutare queste storie, considerandole frutto di fantasia.

A riportare tutto alla luce è stata Catherine Corless, una storica di Tuam che indagava sul destino di quei bambini scomparsi. Le sue ricerche sono state pubblicate sul Daily Mail, nella versione irlandese, e da allora la terribile storia della Casa delle Lacrime è giunta a conoscenza di tutti noi.

Catherine Corless scoprì l’entità del numero di bambini sepolti nella fossa comune quando richiese i certificati di morte dei bambini deceduti nella casa. Nei registri di Galway, risultavano elencate 796 morti. Sconvolta, la Corless, che ha trascorso settimane fra i registri delle biblioteche, delle chiese e degli uffici comunali, ha verificato 100 di questi nomi con le sepolture presenti nel cimitero, e ha trovato un solo ragazzino sepolto in una tomba di famiglia. La stragrande maggioranza dei resti dei bambini era nella fossa settica nascosta sul retro dell’istituto.

Secondo le indagini della Corless, il tasso di mortalità dei bambini nella Casa delle Lacrime era 4 o 5 volte superiore alla media.

Nel 1944, un’ispezione dell’ASL rivelò che in quel momento l’edificio ospitava 333 persone, di cui 271 bambini e 61 ragazze madri. La capacità della struttura in quel periodo era di soli 90 posti.

Dopo aver comunicato i suoi tragici risultati alla stampa, la storia si è diffusa a livello internazionale, giungendo anche negli Stati Uniti, e il governo irlandese ha avviato un’indagine su quanto accaduto a Tuam. Dopo aver raccolto e trascritto i resoconti della signora Devaney e di altre donne che si sono fatte avanti nelle settimane successive, Catherine Corless ha trasmesso la sua ricerca al giudice Yvonne Murphy, a capo della Commissione investigativa sui crimini perpetrati all’interno di questi istituti. L’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha chiesto che una commissione indipendente, distante sia dalla Chiesa che dallo Stato, si occupi di questa vicenda. Ha dichiarato: “Sarà importante intraprendere un progetto di ricostruzione storica e sociale, per dare un’immagine accurata di queste case d’accoglienza nella storia del nostro paese. Sono favorevole a riesumare le ossa nella fossa e a erigere un monumento che raccoglierà i nomi di tutti i bambini defunti.”