Cos’è uno Yeti?

Lo yeti è una creatura leggendaria che fa parte della cultura e delle credenze popolari delle popolazioni locali dell’Himalaya

Yeti
Lo Yeti è un antropoide che vive (si presume) nell’Himalaya. E’ una creatura leggendaria che fa parte della cultura e delle credenze popolari delle popolazioni locali dell’Himalaya, entrata, poi, anche nell’immaginario collettivo della cultura mondiale.

Conosciuto anche come “abominevole uomo delle nevi“, termine originato da un’errata traduzione giornalistica dell’espressione in lingua nepalese “Metoh Kangmi” (letteralmente “uomo-orso delle nevi”), il termine “Yeti” deriva da “yeh-teh” che viene tradotto come “Quella cosa là” o “Uomo delle rocce“, espressione tipica usata dagli sherpa per indicare la mitica creatura.

Descrizione

Lo Yeti viene descritto come un grosso animale (simile ad una scimmia) che vive sull’Everest. Sarebbe alto tra 1,80 e 2,40 metri per le femmine e dai 2,30 ai 3,15 metri per i maschi, ricoperto di una folta pelliccia bianca (o argentata). Avrebbe, infine, una lunga capigliatura e braccia lunghe fino alle ginocchia.

Gli abitanti del Tibet ipotizzano l’esistenza di due tipi di Yeti: il Dzu-teh (che significa “cosa grossa”) di 3,15 metri di altezza, e il Meh-teh di altezza più ridotta.

Lo Yeti ha analogie con altre creature leggendarie in altre parti del mondo: nella regione caucasica e nella vasta fascia che va dal Pamir, attraverso l’Asia Centrale e la Mongolia, fino alla Siberia Orientale vivrebbe “Alma“. Sulle montagne della Cina centrale, in Indocina e in Malaysia si nasconderebbe lo “Xuèrén” (o “uomo selvatico”). Poi, ancora, negli altipiani della Russia il “Chuchunaa“. Infine, nel nord ovest americano, tra le Montagne Rocciose e il Pacifico, vivrebbe il “Sasquatch” o “Bigfoot“.

Storia e testimonianze

Nel 1407 il bavarese Johann Schiltberger, secondo i resoconti di viaggio, avrebbe riferito dell’esistenza di creature umanoidi completamente ricoperti di peli (tranne che sul volto e le mani) sulla catena degli Altai, presso i confini occidentali della Mongolia.

Il primo, però, a riferire dell’esistenza di una creatura pelosa e senza coda, simile ad un uomo, è stato R. R. Hodgson, magistrato britannico, in Nepal dal 1820 al 1843. Invece, le prime impronte dello Yeti furono scoperte in Tibet nel 1889 dal maggiore Laurence Austine Waddell Waddell (a più di 5 mila metri di quota). Pochi anni dopo, l’esploratore inglese Knight affermò di aver incontrato, a pochi metri di distanza, una creatura misteriosa d’aspetto quasi umano, alta un paio di metri e ricoperta di folta pelliccia: “Il suo sguardo era d’una tristezza indicibile, pari soltanto alla desolazione delle plaghe imalaiane inospitali in cui si muoveva“.

Nel corso del XIX secolo, si trovano riferimenti dello Yeti anche in scritti di ufficiali inglesi residenti nella regione himalayana. Il 22 settembre 1921, il tenente colonnello C. K. Howard-Bury, mentre stava tentando la scalata dell’Everest, percorrendo il sentiero che da Kharta porta a Lhapka-La, vide attraverso il binocolo, su un piano innevato sovrastante, una figura scura dalle sembianze vagamente umane. Quando giunse sul posto, a 7 mila metri, notò nella neve impronte di piedi nudi dalla forma umana. La notizia raggiunse il mondo civilizzato e diede vita al moderno mito dell’Abominevole Uomo delle Nevi.

Nel 1925, nella regione del ghiacciaio Zemu (ad un’altitudine di circa 4500 metri), N.A. Tombazi, fotografo greco della Royal Geographical Society di Londra, vide una creatura in movimento circa 300 metri più in basso. La creatura scomparve prima che Tombazi potesse preparare la macchina fotografica ma, scendendo, ne rinvenne le impronte.

L’8 novembre 1951, alle ore 16:00, mentre stavano raggiungendo il ghiacciaio Menlung sull’Himalaya, gli alpinisti inglesi Eric Shipton e Michael Ward e lo sherpa Sen Tensing, a 6000 metri, notarono una scia d’impronte molto chiare a sud ovest del passo di Melung-Tse. Seguirono la pista per circa 1600 metri, ma dovettero desistere quando questa giunse in prossimità di un crepaccio. Impossibilitati a seguire la creatura, fotografarono un’impronta di un piede umanoide, con 5 dita e che misurava 33 X 20 cm. Le impronte erano presenti anche dall’altra parte del crepaccio.

Nel 1953, Lord John Hunt, capo della spedizione di Edmund Hillary, vide una lunga serie di impronte, nei pressi del Passo Zemu. Inizialmente pensò che fossero state lasciate dai membri di una spedizione tedesca, i quali, successivamente, negarono di essere stati in quella zona.

Il 19 marzo 1954, il Daily Mail pubblicò un articolo che descriveva una spedizione intenta ad ottenere campioni di peli di uno scalpo trovato nel monastero di Pangboche. I peli furono analizzati dal professor Frederic Wood Jones, esperto in antropologia e anatomia comparata. La ricerca consisteva nel prendere delle microfotografie dei peli e metterle a confronto con peli di animali noti come orsi e oranghi. Il Professore Woods Jones concluse che i peli dello scalpo di Pangboche non provenivano da uno scalpo. Al contrario degli animali, che hanno una cresta di peli che si estende dalla testa alla schiena, la reliquia aveva una cresta che si estendeva dalla base della fronte e terminava presso la nuca. I peli variavano dal nero scuro al marrone scuro sotto una luce fioca fino al rosso alla luce del sole. Nel corso dello studio, i peli furono sbiancati, tagliati in sezioni e analizzati al microscopio, ma Woods Jones non riuscì a individuare l’animale a cui apparteneva lo scalpo. Tuttavia, si convinse che i capelli non appartenevano a un orso o a una scimmia antropoide. Inoltre, ipotizzò che i peli non fossero della testa dell’animale, ma della spalla.

La seconda spedizione di Slick, nel 1959, trovò quelli che si ritennero gli escrementi dello yeti, contenenti parassiti sconosciuti, e scoprì nel monastero buddista di Tengboche in Nepal una mano disseccata attribuita da uno dei monaci allo yeti. Un dito della mano fu trafugato e inviato a Londra, dove il reperto fu esaminato e classificato come appartenente a un primate di specie sconosciuta.

Nel 1986, lo scalatore Reinhold Messner avvistò, in una regione del Tibet orientale, uno Yeti, che descrisse come un orso delle nevi, ritto sulle zampe posteriori, in posizione bipede, che guardava nella sua direzione e che iniziò a fischiare per minacciarlo.

Nel 1991, alcuni ladri asportarono dal monastero di Pangboche i resti della cosiddetta “mano” dello yeti. Nel 1992, il programma televisivo “Unsolved Mysteries” appurò che, nel 1959, alcuni frammenti di quella mano erano stati inviati per analisi, oltre che a Londra, all’antropologo George Agogino, che non ne aveva mai pubblicato i risultati. Gli organizzatori del programma rintracciarono Agogino ancora in possesso dei campioni di pelle che, nuovamente analizzati dal laboratorio biomedico dell’Università di California, risultarono simili all’epidermide umana, ma non appartenenti a esseri umani.

Il 21 ottobre 1998, lo scalatore americano Craig Calonica disse di aver visto, il 17 ottobre, di ritorno dall’Everest, due creature che camminavano insieme in posizione eretta: “La mia opinione è che ho visto qualcosa, e quel qualcosa non era un uomo, non era un gorilla, non era un orso, non era una capra e non era un cervo”.

Nel 2003, sulle montagne siberiane dell’Altai, Sergey Semenov ritrovò un arto che secondo alcuni esperti non era riconducibile a nessun animale noto.

All’inizio del dicembre 2007, il presentatore ed esploratore statunitense Josh Gates, con la propria squadra, trovò tre orme considerate compatibili con quelle dello “Yeti“, sulla sponda del fiume Manju, a 2.850 metri di altezza.

Il 20 ottobre 2008, alcuni scalatori giapponesi, di ritorno da un’arrampicata nel Nepal occidentale, dissero di aver trovato sulla neve delle orme riconducibili allo Yeti. Kuniaki Yagihara, membro del “Progetto Yeti Giappone“, a Katmandu, spiegò di avere visto e fotografato tre impronte di piedi che assomigliavano a quelle di un essere umano, sulla montagna Dhaulagiri, nel Nepal occidentale, a un’altitudine di circa 4.800 metri. Essi aggiunsero che le orme non erano riconducibili a quelle di orsi, cervi e capre delle nevi.

Il 17 ottobre 2013 gli scienziati, confrontando il DNA di alcuni peli presumibilmente appartenenti allo yeti con quello di un orso polare, hanno stabilito che la creatura leggendaria coinciderebbe in realtà con una sottospecie ibrida di orso.

Ipotesi

Le popolazioni himalaiane considerano lo yeti una creatura della fauna locale che vive sulle più alte cime e si avventura fra la neve alla ricerca di muschio salato o di licheni. L’alpinista italiano Messner ha ipotizzato che lo yeti altro non sia che l’orso azzurro tibetano. Ha spiegato che i tibetani chiamano questo orso “chemo” ed è descritto come lo yeti: irsuto, puzzolente, dalle impronte umane. Il Dalai Lama disse a Messner che “yeti e chemo sono la stessa creatura: non capisco cosa s’immaginino gli occidentali pensando allo yeti“.

Lo Yeti e molti esseri pelosi simili, visti in molte zone dell’Asia centrale, potrebbero essere spiegati come esseri umani affetti da ipertricosi e cresciuti allo stato selvaggio, almeno per i casi con statura normale. Nelle razze mongolidi i peli si distribuiscono su tutta la superficie della pelle, per cui un individuo affetto da ipertricosi apparirebbe simile ad una scimmia. Esistono leggende in Asia centrale sull’esistenza di uomini coperti di pelo, e nel 2005 è effettivamente nato in un villaggio del Kazakistan un bambino con il corpo completamente coperto di peli.

Secondo altri ipotesi, gli Yeti sarebbero discendenti del gigantopiteco (il più grande primate mai esistito che visse dal Pliocene al Pleistocene in quelle che oggi sono le attuali Cina, India e Vietnam), che non si sarebbe estinto 300-400.000 anni fa ma si sarebbe rifugiato nelle montagne dell’Himalaya. Con il passare dei millenni, la statura sarebbe diminuita (si stima che il gigantopiteco fosse alto tra i 2,7 e i 3,7 metri) e sarebbe lui il famoso “uomo delle nevi”.

Alcune osservazioni dello Yeti, infine, potrebbero spiegarsi pensando alle scimmie. Molte specie vivono sull’Himalaya a grande altitudine. La più celebre è il Rhinopithecus roxellana, una scimmia molto massiccia, con il naso all’insù, e un pelame dorato. Poi, il presbite dell’Himalaya che si incontra fino a 4.000 metri di quota. Infine, il macaco dell’Himalaya.

Influenza nella cultura popolare

L’immagine dello yeti ha svolto un ruolo influente nella cultura popolare (figurando in film, libri, fumetti e videogiochi).

Lungometraggi

E’ apparso in: “The Snow Creature” (1954), “Il mostruoso uomo delle nevi” (1957), “Half Human: The Story of the Abominable Snowman” (1958), “Ostrożnie, Yeti!” (1961), “Shriek of the Mutilated” (1974), “Lomut” (1976), “Yeti, il gigante del XX secolo” (1977), “Monsters & Co.” (2001), “Lissy – Principessa alla riscossa” (2007), “La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone, Hotel Transylvania e Le 5 leggende” (2012) e “Monsters University” (2013).

Film

E’ apparso in: “Amy e lo Yeti” (1995), “Yeti” (2008), “Smallfoot – Il mio amico delle nevi” (2018), “Il piccolo yeti” (2019).

Letteratura

E’ apparso nel “Doctor Who” e in varie opere della narrativa, tra cui opere di R. L. Stine. Nello pseudobiblium, appartenente alla saga di “Harry Potter Gli animali fantastici“,: si ipotizza una possibile parentela tra gli Yeti e i Troll del Nord Europa.

Fumetti

In Italia fu pubblicata per anni la striscia “Yeti” ideata dallo sceneggiatore Marco Di Tillo, su disegni di Rodolfo Torti. Nell’Universo Marvel vari personaggi sono ispirati alla figura dello Yeti. Infatti, oltre a personaggi di nome “Yeti” (o “Susquatch”) figurano lo “Yetrigar“, “The Abominable Snowman” e “The Abominable. Snow-King“. Altri fumetti che presentano lo Yeti sono “Zagor“, “Le avventure di Tintin“, alcune storie di “Topolino“. la storia di “Paperon de’ Paperoni Zio Paperone e la corona di Gengis Khan“.

Animazione

E’ apparso nel film d’animazione “Stai fresco, Scooby-Doo!” (2007). Inoltre, compare assieme al Sasquatch e ad altre creature della cultura popolare nella serie animata fantascientifica “Roswell Conspiracies“.

Videogames

È presente in vari videogiochi tra cui “League of Legends”, “Maple Story”, “Mr. Nutz”, “The Battle for Wesnoth”, “The Legend of Zelda: Twilight Princess”, “The Sims 2: World Adventure”, “Tomb Raider II”, “World of Warcraft”, “Urban Yeti”, “Zoo Tycoon”, “Team Fortress 2”, “Far Cry 4” e “Uncharted 2: Il covo dei ladri”.